Burger king è stato sempre un passo in avanti per alcune strategie non convenzionali, indipendentemente dalla loro riuscita in termini di vendite ha sempre gicato a suo favore in termini di branding.
Questa volta utilizza la realtà aumentata (Augmented Reality) per la promozione di un menu ad 1 dollaro.
Di campagne marketing che utilizzano questa tecnologia ne vediamo sempre di più, ma nessuna fino ad oggi ha saputo integrare un “vecchio” media come il banner, alla appena nata realtà aumentata.
Per la prima volta la possibilità di utilizzare l’Augmented Reality senza il bisogno di avere ulteriori supporti esterni. Il supporto è infatti un biglietto da 1 dollaro facilmente reperibile da tutti (vivendo in US ovviamente . L’interazione con la marca non avviene su un minisito apposito, ma direttamente nel sito o nei blog che espongono il banner.
Ora non aspetto che un buon articolo su Advertising Age per sapere il tasso di attenzione ed interazione con il banner.
Potete provare anche voi, sempre che abbiate un dollaro a disposizione qui.
Potrebbe sembrare un paradosso, combattere lo stereotipo del sessismo sul posto di lavoro con un video sexy. Con l’esperienza abbiamo notato quanto sia importante scioccare per avere un impatto maggiore nella cause sociali o di prevenzione. Nel caso di questo video commissionato dalla European Commission per il settore Enterprise e Industry, il messaggio si rivolge proprio ad uno dei problemi irrisolti nel mondo del lavoro: la discriminazione delle donne nel mondo dell’imprenditoria.
Le immagini ammiccanti hanno sicuramente un impatto maggiore sulla viralità del video online, ma quello che più a mio parere viene messo in risalto è proprio la figura dell’uomo nell’ambito dell’imprenditoria (personificato nello sguardo languido del ragazzo).
I Social Media e la creatività si affermano ancora una volta come un buon connubio per portare avanti programmi di Social Responsability.
C’è chi afferma che nella TV italiana non sarebbe mai stato possibile uno commercial come questo, qualcuno dice che cade il video stesso negli stereotipi. Voi che cosa ne pensate?
Twitter è sempre di più un social network capace di influenzare la reputazione di un brand online. Grazie a Twitterbrands ritroviamo ogni giorno le marche più twittate in base al numero di conversazioni su un determinato brand.
Molti brand che troviamo nei primi posti in classifica ricevono dei tweet grazie al loro DNA, particolarmente predisposto a produrre conversazioni online, altri grazie alle loro strategie di CRM 2.0 a lungo termine. Quali brand vedremo invece nella top 50 grazie ad una campagna ben organizzata?
Abbiamo parlato più volte di come gli strumenti di micro-blogging si stiano affacciando nel panorama della condivisione di informazioni, e di come lentamente stiano diventando dei micro-motori di ricerca sulle opinioni degli utenti. Proprio per questo Twitter ha puntato molto, nel suo ultimo restiling, a posizionarsi come un vero e proprio social conversation search.
Il motore di ricerca Microsoft Bing ha già integrato le conversazioni su twitter e friendfeed nei risultati, ma Google tenta di rimanere il più importante motore di ricerca proponendo qualcosa di più innovativo.
Oltra ai risultati provenienti dai social network, Google propone un algoritmo in grado di mettere in avanti i post della propria cerchia di amici. Come sappiamo, per quanto riguarda le decisioni di acqusto, siamo influenzati molto di più dalle opinioni dei nostri amici, la differenza tra online influence e offline è sempre più sottile.
La possibilità di scegliere anche tra forum, social e periodo di tempo, permetterà una personalizzazione della ricerca, sempre più basata sull’influenza digitale.
Le campagne di sensibilizazione si basano molto spesso sul coinvolgimento di testimonial, ma che sempre di più stanno perdendo impatto a causa di un minore impatto del loro personal branding sugli spettatori, almeno a mio parere. Alcune campagne invece sono riuscite a creare un effetto “virale”, grazie a video particolrmente d’ impatto sulle emozioni personali degli individui, ma sempre forzando sul lato “compassionevole” di fronte a situazioni di disagio.
La Germany’s Hearth’s Desire, che si occupa di sostenere i bambini con malattie cardiache, ha creato un video adv basato su una storia non direttamente correlata al loro obbiettivo, ma con un messaggio chiaro: ogni banconota da 50 euro ha una sua storia e con noi ha una fine gioiosa.
C’è quasi un completo distacco tra l’obbiettivo e l’immagine stessa di un organizzazione di questo tipo, e lo storytelling raccontato nel video.
ViralAvatar mi ha invitato a dare un occhiata a questa campagna per Hunger Games, un libro in uscita di Suzanne Collins, che estremizza il successo attuale dei Reality Show. Questa volta il reality ha una sola regola: uccidi o muori.
Amo i romanzi thriller e soprattutto come è stata organizzata questa campagna, per un prodotto come un libro le opinioni dei lettori sono importanti e soprattutto un esperienza diretta con il prodotto per crearsi un proprio punto di vista.
Il primo capitolo è stato messo a disposizione sul sito, sfruttando anche un design che richiama l’esperienza di sfogliare un libro “reale”.
Il sito web è più simile ad un minisite per un videogame, ed è stato creato per questo un viral-game via SMS per invitare i propri amici a visitare Hinger Games. All’amico inviato arriverà una mail:
“perchè lo hai fatto? la tua scheda è già on line”
Cliccando il link si arriva ad una pagina con il nome dell’amico ed una scheda personale e la probabilità di sopravvivenza.
Nel momento in cui legge, il suo cellulare suonerà ed una voce femminile dirà che l’organizzazione degli Hunger games e che “è stato confermato.. in 24 ore sarà prelevato e sarà portato nell’arena dove deve prepararsi a lottare se vuole sopravvivere e tutto sarà filmato”.
E’ stata creata anche una fanpage su Facebook dove sarebbe carino raccontare le reazioni dei vostri amici dopo lo scherzo!
Probabilmente avrete sentito parlare di questa applicazione iPhone Pepsi “Amp Up Before You Score”, creata per il lancio della nuova bibita energizzante AMP Energy. Ma che bisogno abbiamo di un nuovo energy drink, quando esistono e son ben impiantati nel mercato RedBull, Dark Dog, Burn ecc.?
Per aggirare questo genere di domande, che un consumatore potrebbe porsi, Pepsi ha pensato di posizionare la bibita differentemente da i suoi diretti concorrenti, più concentrati sugli sport estremi. La marca si pone invece energizzante della mente (almeno dal primo spot TV), in grado di assicurare i giusti tempi di reazione in qualsiasi situazione. La campagna non ha generato estremo rumore sul nuovo prodotto a quasi due anni dalla sua commercializzazione, ma la svolta è arrivate nel bene o nel male, grazie all’ applicazione iPhone disponibile nell’ Apple Store.
Pepsi ha cercato di giocare sullo humour verso i giovani 16-20 anni, restando comunque agganciato al posizionamento: l’app infatti ci suggerisce tantissimi modi diversi di abbordare una ragazza con le parole giuste al moneto giusto, a seconda che si tratti di una punk rock girl, un’artista, attrice ecc.
Ma la funzione che più di tutti ha scatenato il bad buzz è stata la « Keep a List », dove possiamo tenere nota di tutte le conquiste in una specie di libro nero 2.0! Come potete immaginare questo ha scatenato l’ira di alcune associazioni femministe e dei blogger, che hanno reputato l’applicazione degradante dell’immagine della donna…e già perchè la cosa in più non è stata creata anche in versione femminile (forze perchè noi maschietti siamo molto più prevedibili?). il bad buzz si è generato in pochissimo tempo!
Insomma questa bibita tutta “reattività mentale”, sesso e testosteroni è riuscita a creare una notorietà sopra delle aspettative con oltre 200.000 views del video, ma a che prezzo?
A differenza ad esempio di un profumo come Axe, i richiami sessuali mi sembrano totalmente banali nel caso della campagna Pepsi, visto che nessuno compra un deodorante perchè crede di veder cadere ai suoi piedi cento ragazze, ma per dei richiami immateriali ad un identificazione. In questo caso l’applicazione pur essendo ironica, ha delle funzioni inutili e stereotipate, che “promettono” un reale utilizzo dei suggerimenti.
La svolta di Pepsi:
Le accuse sono arrivate non da esperti del settore, ma da consumatori e il brand ha reagito alle accuse ricevute su blog e social network, chiedendo scusa pubblicamente. Non ha organizzato una conferenza, ma ha utilizzato la massima trasparenza nei social media utilizzando l’ #hashtag #pepsifail cercando di spiegare anche il motivo della creatività per questa campagna:
“Our app tried 2 show the humorous lengths guys go 2 pick up women. We apologize if it’s in bad taste & appreciate your feedback.”
Per non associare la disputa agli altri brand, le scuse sono state fatte dal conto su Twitter AMP e re-twittate dagli altri user Pepsi.
Quale lezione possiamo avere?
E’ solo grazie ad una presenza forte preesistente del brand nei social media, che Pepsi ha potuto reagire. Utilizzando un mea culpa grazie all’ #pepsifail ha saputo dimostrare di far parte delle conversazioni e di essere vicino al punto di vista del consumatore.
Vi ricordate della teoria del “Big Ideal”, secondo la quale una marca dovrebbe prevedere nella sua strategia di comunicazione, un certo grado di attenzione al miglioramento della vita dei consumatori? Partendo dalla considerazione che un brand dovrebbe considerare questo fattore già dalla concezione stessa del prodotto, date uno sguardo a questa serie di campagne di Volkswagen “pleasure theory“.
La marca tedesca si propone come “facilitatore di dinamismo” per la vita dei cittadini, trasformando anche i gesti quotidiani più noiosi in qualcosa di divertente. L’attività di Guerilla Marketing è stata creata in particolare per generare una campagna video per il brand.
Come possiamo parlare di marketing 2.0 se continuiamo ad utilizzare i vecchi approcci con i consumatori(non amo questa parola, ma ci siamo capiti) ? Se i social media sono diventati un luogo di conversazione molto importante da considerare per le aziende, questo non significa che possiamo utilizzare i vecchi approcci di interruption marketing e considerare questi luoghi di scambio di opinioni come un immenso supermercato.
Il marketing conversazionale non è una questione di tecnologia, ma di approccio e di comportamento (behavior) delle marche nei confronti delle persone, nell’obbiettivo di apportare un valore aggiunto a diversi livelli: facilitare la vita, entertainement experience, facilitare la scelta negli acquisti. Non basta certo una pagina su facebook per creare un empatia con gli utenti: non diventiamo certo amici di un prodotto, ma di tutto quello che un prodotto ci racconta grazie al suo universo (story telling).
“The future of marketing is about doing things with and for people” : un social media strategist, o un community manager, dovrebbero essere in prima linea per comprendere i comportamenti della community con l’obbiettivo di connettere marche e consumatori.
Un azienda ha la possibilità di mostrare la propria personalità, solo se è in grado di utilizzare i codici d’interazione del web. Tanto più che ormai se l’esperienze sono vissute online o offline, doesn’t metter!
Connecting
Collaborating
Consuming
Sharing
Creating
Ascoltate per prima cosa (monitorare i comportamenti e le conversazioni sul vostro brand)! Se volete veramente far parlare del vostro prodotto, date qualcosa d’interessante di cui parlare e discutere.
Questa presentazione di Paul Isakson riassume e aggiunge qualche utile considerazione, vi invito anche a dare un occhiata ad una mia presentazione che avevo preparato quasi un anno fa.
Finalmente dopo tanto tempo ho avuto il coraggio di aprire Womarketing in francese. I contenuti saranno in parte gli stessi, ma per lo più saranno incentrati nel raccontare le differenze tra gli approcci italiani e quelli d’oltralpe.
Perchè utiliziamo molto più FriendFeed rispetto ad altri Paesi? Quali differenze dei modelli di business delle diverse agenzie in Italia rispetto alla Francia ?…
Non in ultimo la possibilità di connettermi anche attraverso il blog ad amici che fino ad ora mi seguivano solo su Twitter o che ho avuta la fortuna di conoscere personalmente in qualche trasferta parigina…non per ultimo esercitare la scrittura in questa lingua.