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Le strategie di marketing 2.0 si fanno sempre più complesse e diversificate nell’approccio e nella scelta delle differenti possibilità messe a disposizione dai social network.
Creare una community attorno al proprio brand è sempre stato uno degli obbiettivi del marketing prima ancora dei social media, ma se per alcuni brand come Apple o Harley Davidson gli appassionati hanno da sempre autogenerato contenuti in grado rafforzare la loro appartenenza, per altri brand c’è bisogno di strategie creative in grado di risvegliare il bisogno di appartenenza.
Qualche tempo fa avevo parlato della community Ferrero, non basata sul prodotto ma su bisogni correlati e al posizionamento del brand (la convivialità della famiglia e prodotti sani). Le ferrovie francesi hanno lanciato il proprio social network “REZO” rivolto soprattutto ai giovani, potenzialmente meno propensi a predere il TGV. Anche qui non si tratta di appassionare le persone al brand, ma di sfruttare le loro emozioni e il bisogno di creare nuove amicizie durante il tragitto (condividere anche opinioni su ristoranti, locali ecc.).
Questi sono esempi recenti, anche se uno dei primi è stato quello di Nutella nel 2004, non esauriscono le modalità con cui un brand può animare la propria community di fun. Gli utenti già creano delle tribù di appassionati grazie a forum o semplici relazioni strette attraverso i social network, dove i brand farebbero meglio ad ascoltare e prestargli attenzione.
Ora anche Lavazza invese sul suo proprio social network, probabilmente in risposta al posizionamento di Nespresso, sempre più rivolto a veri intenditori di caffè e di design.
Quali sono gli obbiettivi ?
- Crowdsourcing: permette di creare un valore aggiunto grazie al coinvilgimento degli utenti nella concezione stessa del prodotto (concezione marketing, della comunicazione o del prodotto stesso).
- CRM: grazie agli strumenti di social media marketing si ha la possibilità di aumentare la prossimità dela brand al consumatore. Gli stessi tools sono ingrado di divulgare fuori dalla community le conversazioni, con un effetto virale.
- Brand community: convogliare verso un unico ambiente fan del brand in modo da centralizzare gli sforzi di comunicazione. Gli stessi utenti sono dei possibili advocacy verso l’esterno per attirare nuovi utenti.
- Lancio di un nuovo prodotto: in questo caso non iteressa solamente brand affermati ma anche start-up che possono attirare una comunità di interesse già esistente. Come nel caso di Seesmic che ha creato una community di beta tester costantemente aggiornata sulle sue evoluzioni, via blog, mail e twitter. Grazie al fenomeno “share to a friend” un gruppo minimo di close friend possono generare molte più micro interazioni
In ultimo, lo scopo è quello di creare un rapporto più che mai di vicinanza con i consumatori, dando rilievo all’immagine del brand (etica, sociale, esclusività ecc.). La possibilità è di animare e stimolare le conversazioni e monitorare la reputazione dell’azienda rispetto all’imagine voluta.
Ma le online community riescono a mantenere saldo l’iteresse?
Il problema nasce quando le community si basano essenzialmente sul prodotto e non su un bisogno o interesse ad esso correlato. Soprattutto per i brand del largo consumo, se questi non sono sufficentemente emblematici e con valore aggiunto, una community 2.0 potrebbe risultare uno sforzo vano. Dare
Nel “Il Mulino che vorrei” lo scopo è quello di rendere partecipi gli utenti grazie al concetto del crowdsourcing, mi domando se passato il momento di gradimento della novità 2.0 riesca a mantenere elevato l’interesse degli utenti.
Per essere sufficentemente animata deve poter avere dei membri-leader e un community manager in grado di assicurare un contatto personalizzato con gli utenti a seconda del loro engagement con la community.
Qual’è il vostro punto di vista inerente alle community?
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