Burger king è stato sempre un passo in avanti per alcune strategie non convenzionali, indipendentemente dalla loro riuscita in termini di vendite ha sempre gicato a suo favore in termini di branding.
Questa volta utilizza la realtà aumentata (Augmented Reality) per la promozione di un menu ad 1 dollaro.
Di campagne marketing che utilizzano questa tecnologia ne vediamo sempre di più, ma nessuna fino ad oggi ha saputo integrare un “vecchio” media come il banner, alla appena nata realtà aumentata.
Per la prima volta la possibilità di utilizzare l’Augmented Reality senza il bisogno di avere ulteriori supporti esterni. Il supporto è infatti un biglietto da 1 dollaro facilmente reperibile da tutti (vivendo in US ovviamente . L’interazione con la marca non avviene su un minisito apposito, ma direttamente nel sito o nei blog che espongono il banner.
Ora non aspetto che un buon articolo su Advertising Age per sapere il tasso di attenzione ed interazione con il banner.
Potete provare anche voi, sempre che abbiate un dollaro a disposizione qui.
Ikea in Olanda ha creato un catalogo interamente concepito con le foto dei clienti che hanno acquistato quei prodotti. Un esempio di crowdsourcing consumer generated che mette al centro dell’azienda il consumatore, uno dei punti forti del posizionamento di IKEA a mio avviso.
Uno dei punti deboli è invece la difficoltà di riprodurre alcune combinazioni di design che vediamo nel catalogo o esposte nei punti vendita IKEA. Molto spesso quando portiamo a casa alcuni acquisti potrebbe nascere una certa frustrazione nel momento in cui non corrispondesse alle nostre asettative.
Si tratta, come molti sanno, di una forma di comunicazione commerciale che consiste nell’inserire o nel fare riferimento a un prodotto, a un servizio o a un marchio, nel cuore di un contenuto narrativo precostituito, sia esso un film cinematografico o televisivo, un video musicale, un videogioco, un programma di intrattenimento, riuscendo ad integrarsi con esso.
Se consideriamo i prezzi del Product Placement siamo sui 5.000 – 100.000 euro per un film cinema, 15.000 euro per la rotazione all’interno di un gioco video per 3 settimane.
Uno dei PP di cui ho parlato in questo blog è stato quello per Ford e Martin Solveig, dove parliamo di placement teatralizzato ovvero il prodotto si integra con la storia ed è funzionale ad essa. Nel mondo della telefonia l’iPhone riesce a classificarsi come oggetto più visto nelle ultime produzioni cinematografiche, presente anche su Sex and the city, tra gli altri numerosi PP.
Il rumore e il buzz che creano i product placement possono poi essere riutilizzate nelle campagne nel passaparola attraverso blogger per segnalare la presenza di un prodotto in un videoclip o in una scena di un film. In alcune situazioni diventa un contratto win-win poichè molti spettatori vanno a vedere il film proprio perchè si aspettano di vedere un prodotto di cui sono fan (una moto, un auto o un prodotto hi-tech), ma soprattutto questo effetto si ha se è il brand stesso a comunicare la propria partnership con il film (vedi James Bond).
I giochi video diventano sempre più interessanti, in quanto prendono una fascia di età diversificata e in una situazione di fruizione differente rispetto al programma TV. Anche Obama ha tentato questa strada durante la campagna presidenziale con PP all’interno di Bounout Paradise.
Il rischio in questo caso è quello dello spam pubblicitario, soprattutto in luoghi dove meno le persone sono abituate a fruirne.
Per quanto riguarda i video virali la cosa è un po’ differete, in quanto sono studiati per rendere il brand il protagonista del video e non ornamento della storia. I costi di produzione oltre ad essere più bassi danno la possibilità di raggiungere un pubblico diversificato, nonchè la visione è più duratura nel tempo rispetto ad un film che ha una durata nei cinema limitata.
Ma che cosa succederà se la legge per il Product Placement dovesse diventare più flessibile in Europa e in Italia dunque? Creare un buon PP all’interno dei programmi di intrattenimento sarà sicuramente difficile e si rischierà forse di creare un over-spam all’interno dei palinsesti.
Mi è capitato di recente, per citare un esempio, di visionare il film “Torno a vivere da solo” (pessimo film all’italiana) proprio perchè mi avevano detto del PP al suo interno e mi sono incuriosito. Le inquadrature sui vari gadget e prodotti GUESS mi sono sembrate fini a se stesse e non sempre integrate con il plot.
Non si tratta di una parola che mi sono appena inventato, ma si tratta dell’idea di Log607del gruppo H-Farm (Zooppa vi dice nulla ?). Whaiwhai significa cercare, parola che ben si associa (conoscendo il maori) con il gioco cittadino lanciato qualche tempo fa a Venezia con il nome di Ruyi.
A Roma il 27 settembre partirà l’esperienza turistica, che grazie ad una caccia al tesoro consentirà a turisti e non, di conoscere i luoghi più belli della capitale. Gli strumenti sono tanto semplici quanto interessanti, il kit è previsto di un quaderno di gioco e un codice di attivazione per cominciare a giocare comunicare grazie ad un qualsiasi telefono cellulare (tramite SMS). Una versione interamente digitale è prevista per iPhone per i veri geek.
La gara può essere vissuta sia da soli che in gruppo, per risolvere gli enigmi proposti con livelli di difficoltà differenti. Ottima iniziativa per vivere luoghi meno conosciuti, ma altrettanto carichi di cultura, della città.
Il mio punto di vista: Come per il mercato dei prodotti, anche nel turismo le fasi di acquisto e di consumo richiedono un approccio esperienziale e un rapporto con i consumatori/utenti che li renda partecipi della vita stessa dei brand e prodotti. Il marketing esperienziale si occupa anche di creare un itrattenimento in fase di acquisto, quale miglio modo di vendere “cultura” e “luoghi” attraverso un gioco turistico come questo.
In un mondo sempre più sfugente dove diventa sempre più difficile avere sotto controllo le strategie marketing e i comportamenti del consumatore, ecco che si concentrano gli sforsi verso un marketing che si avvalga di metodi scientifici.
Su wikipedia leggiamo che la finalità è di comprendere con metodi scintifici quali siano i meccanismi di decisione d’acquisto dei prodotti, per comprendere: “Cosa ci porta all’acquisto”. Secondo gli studi intrapresi in questo campo vi sono delle zone del sistema nervoso centrale che vengono attivate durante la decisione di acquisto, lo scopo è dunque comprendere tali meccanismi. Il neuromarketing si avverrebbe della tecnologia IRM per dare un immagine delle parti esposte agli stimoli del marketing.
Il ruolo di questo metodo scientifico risulta molto interessante ai fini di una previsione per una campagna di prodotto, tuttavia mi domando quanto non sia un ennesimo tentativo di ridurre la fase decisionale ad un semplice stimolo-risposta. E’ in dubbio che conoscendo meglio e con valori scientifici alcuni fattori della mente umana nelle fasi decisionali, sarebbe più facile integrare tali variabili in un più complesso sistema di strategia marketing.
Ma in fin dei conti non ci hanno sempre pensato gli innumerevoli sforzi della sociologia e della psicologia, avvolte con risultati assai contraddittori? Uno dei punti di forza del neuromarketing sarebbe proprio quello di consentire di ovviare ad alcune problematiche delle ricerche fino ad ora utilizzate; le risposte dei consumatori si basano su domande formulate e che possono essere di conseguenza interpretate in modi differenti, per questo il metodo scientifico vorrebbe basarsi su risposte comportamentali non basate su stimoli verbali. Ma la comunicazione e le azioni che svolgiamo nel momento dell’acquisto non fanno parte proprio di un contesto, dove agisco codici, sottocodici e interazioni dettate anche dall’ambiente e non riproducibili in laboratorio?
A mio parere non può essere immaginato come il futuro del marketing, in quanto il consumatore reagisce a fattori molto più eterogenei, dati dal contesto, dai rapporti sociali, dall’umore. Puntare tutto su un tipo di strategia come questa (oltre il costo ingente) distoglierebbe dalle attuali evoluzioni del consumatore largamente visibili nei social media. Può essere uno strumento per comprendere e paragonare le diverse campagna intraprese ma non può a mio avviso sostituire un programma marketing basato sul contatto diretto con il cliente-utente, sul dialogo e l’ascolto dei bisogni.
Voi credete sia veramente una rivoluzione o piuttosto uno strumento di riflessione?
In Germania per promuovere la visione di film thrillers e d´orrore diffusi dal canale privato 13eme rue, hanno organizzato una seduta speciale all´interno di una discoteca di Hamburgo. Entrando nei bagni una scena del crimine é stata riprodotta attraverso un gioco di effetti luce, come quelli usati dai noti esperti di CSI. Un messaggio in piú sui muri dice: “See what others don’t see. 13 TH STREET, The Action and Suspense Channel“.
La frase che adoro in questi casi é quella di Confucio:
Dimmelo, e lo dimenticheró, fammelo vedere e lo ricorderó per un po´, fammelo vivere e non potró mai dimenticarlo.
Siamo sempre piú portati a concentrare le tecniche di marketing intorno al digitale e al Web 2.0 che sia, ma avvolte un buon marketing mix che sappia sfruttare ogni canale con le sue particolaritá distintive puó rivelarsi reditizio. Se poi come in questo caso riusciamo a far covergere mondo digitale e evenemenziale in un unico scenario, la creativitá sará sicuramente premiata.
Come Confucio diceva: “Dimmelo e lo dimenticherò immediatamente, fammelo vedere e lo ricorderò per qualche tempo, fammelo vivere e non potro mai dimenticarlo”. Ikea deve aver letto questa frase per ispirare il suo showroom mobile. In realtà è un idea semplice, ma efficace per l’apertura di un nuovo centro. Se riesce a trasformare in un ambiente conviviale e alla moda un vagone metropolitano, figuriamoci con una stanza. Questo più o meno può essere il messaggio, ma soprattutto un tipo di guerilla marketing che avrei piacere di vedere più spesso per le strade della mia città.
Uno dei problemi principali delle campagne pubblicitàrie è la spesa da sostenere: grafici, stampe, produzione… Ma qui è bastata un po’ di fantasia per associare la creatività alla pub subliminale. Come sponsorizzare una rivista come quella di Playboy ora che grazie a internet i clienti del settore possono usufruire in totale anonimato del materiale ricercato? Mettere donne nude o star del cinema che hanno partecipato al successo della rivista sarebbe servito a poco in confronto a questa idea. all’ideatore come si suol dire “gli si è accesa la lampadina”.