Le campagne di sensibilizazione si basano molto spesso sul coinvolgimento di testimonial, ma che sempre di più stanno perdendo impatto a causa di un minore impatto del loro personal branding sugli spettatori, almeno a mio parere. Alcune campagne invece sono riuscite a creare un effetto “virale”, grazie a video particolrmente d’ impatto sulle emozioni personali degli individui, ma sempre forzando sul lato “compassionevole” di fronte a situazioni di disagio.
La Germany’s Hearth’s Desire, che si occupa di sostenere i bambini con malattie cardiache, ha creato un video adv basato su una storia non direttamente correlata al loro obbiettivo, ma con un messaggio chiaro: ogni banconota da 50 euro ha una sua storia e con noi ha una fine gioiosa.
C’è quasi un completo distacco tra l’obbiettivo e l’immagine stessa di un organizzazione di questo tipo, e lo storytelling raccontato nel video.
Sembra essere un periodo caldo per l’advertising, dove i creativi cercano di riprendere quell’interesse da parte delle persone per le loro creazioni. Avrete sicuramente visto lo scandalo generato dalla campagna WWF 9/11, che se da una parte ha avuto molte critiche, dall’altro ha avuto persone che hanno appoggiato in pieno il metodo di sensibilizzazione.
“AIDS is a mass murderer” è il nome della campagna per sensibilizzare le persone al sesso sicuro. Sia per lo spot TV, che affissioni, sono stati messi in scena Adolf Hitler, Staline e Saddam Hussein, come icone delle assassini di massa. Una scena di sesso comincia, l’uomo resta in penombra e solo alla fine si vede apparire il viso di Hitler.
La campagna ha sicuramente generato conversazioni e rumore sul tema, tuttavia in questo caso mi sembra più una stigmatizzazione delle persone che hanno questa malattia (non per forza presa tramite relazioni sessuali), che della malattia stessa.
Fino a che punto è giusto spingersi per far parlare di un tema importante come questo? Credo che in fin dei conti sia giusto parlare in modo diretto anche al costo si scioccare, tuttavia non bisognerebbe rinforzare gli stereotipi e rischiare di distorcere il messaggio che vogliamo dare (proteggetevi!).