Le campagne di sensibilizazione si basano molto spesso sul coinvolgimento di testimonial, ma che sempre di più stanno perdendo impatto a causa di un minore impatto del loro personal branding sugli spettatori, almeno a mio parere. Alcune campagne invece sono riuscite a creare un effetto “virale”, grazie a video particolrmente d’ impatto sulle emozioni personali degli individui, ma sempre forzando sul lato “compassionevole” di fronte a situazioni di disagio.
La Germany’s Hearth’s Desire, che si occupa di sostenere i bambini con malattie cardiache, ha creato un video adv basato su una storia non direttamente correlata al loro obbiettivo, ma con un messaggio chiaro: ogni banconota da 50 euro ha una sua storia e con noi ha una fine gioiosa.
C’è quasi un completo distacco tra l’obbiettivo e l’immagine stessa di un organizzazione di questo tipo, e lo storytelling raccontato nel video.
Sembra essere un periodo caldo per l’advertising, dove i creativi cercano di riprendere quell’interesse da parte delle persone per le loro creazioni. Avrete sicuramente visto lo scandalo generato dalla campagna WWF 9/11, che se da una parte ha avuto molte critiche, dall’altro ha avuto persone che hanno appoggiato in pieno il metodo di sensibilizzazione.
“AIDS is a mass murderer” è il nome della campagna per sensibilizzare le persone al sesso sicuro. Sia per lo spot TV, che affissioni, sono stati messi in scena Adolf Hitler, Staline e Saddam Hussein, come icone delle assassini di massa. Una scena di sesso comincia, l’uomo resta in penombra e solo alla fine si vede apparire il viso di Hitler.
La campagna ha sicuramente generato conversazioni e rumore sul tema, tuttavia in questo caso mi sembra più una stigmatizzazione delle persone che hanno questa malattia (non per forza presa tramite relazioni sessuali), che della malattia stessa.
Fino a che punto è giusto spingersi per far parlare di un tema importante come questo? Credo che in fin dei conti sia giusto parlare in modo diretto anche al costo si scioccare, tuttavia non bisognerebbe rinforzare gli stereotipi e rischiare di distorcere il messaggio che vogliamo dare (proteggetevi!).
Per l’inizio della nuova stagione di The Big Bang Theory, la CBS ha tentato una strada insolita per attirare l’attenzione, con un concetto “virale” più che un viral video.
Nel numero del 16 settembre della rivista Entertainment Weekly, sarà presente un video in grado di partire automaticamente una volta aperta la pagina.
Non vedo questo tentativo come il futuro dell’advertising, ma piuttosto come un happening digitale. Il co-marketing messo in atto aumenterà di molto le vendite della rivista per gli appassionati di questo genere di “geekerie”, e l’esposizione al video sarà sicuramente alta anche per chi non sapeva dell’iniziativa, dato che non è cosa da tutti i giorni ritrovare un dispositivo del genere in una rivista.
Una campagna localizzata in Francia che non conoscevo nella sua integralità, è stata lanciata per un operazione di branding per McDonald’s un anno fa e che oggi continua con altrettante operazioni advertising.
La campagna a 360° “Venez comme vous etes!” (Come as you are), è stata veicolata sia attraverso dei dispositivi online che offline (video teaser, print, affissioni, video trailer).
La parte più interessante, curata dall’agenzia Duke, è stata quella dedicata al web con dei video che riprendono la stessa campagna in un azione di proximty marketing. Alcune persone, clienti del fast food vengono bloccati all’entrata o cacciati perchè non correttamente vestiti o fisicamente accettabili per questogenere di ristorante. Questo lascia basite le persone coinvolte, proprio perchè McDonald’s è famoso per essere un luogo dove troviamo tutti i generi e culture di persone.
Peccato che forse per la frammentazione , i video creati per la campagna, non hanno avuto un successo virale evidente. Daltra parte l’esperimento ha dato modo di vedere come le persone percepiscono il marcho McDonald’s, è lo stesso ragazzo nel video a far notare quello che la campagna vuole trasmettere: non ho mai visto nulla del genere, in un McDonald’s tu puoi entrare come vuoi normalmente!
La campagna TV:
Mi domando cos’è quel logo con lo sfondo verde, inece che il solito giallo e rosso tipico della marca ? Un po’ di green marketing qua e la non credo basti per questo.
Ecco la nuova campagna adv affissioni:
Di tutte è quella che più credo abbia colto nel segno lo spirito della campagna.
L’advertising Sprite tedesca inizia a circolare in rete dopo la censura ricevuta. Come giustamente molti avranno pensato: come possono aver sperato per un attimo, che questa pubblicità potesse essere trasmessa durante la giornata in TV?
Il rumore che ha generato la sua censura avrà molto probabilmente giocato a favore della viralità del video grazie ai social network. Non sarà stato tutto creato a questo fine? Creare polemica è in fin dei conti una delle ricette della viralità.
La sessualità è un altro fattore che non poteva mancare, anche se in questo caso mi sembra che giochi a sfavore del brand. Se uno spot è in grado di creare emozioni e sensazioni, oltre al lato divertente non credo venga rispettata la sensazione di freschezza e effetto dissetante della bevanda qui. Mentre la stessa strategia attuata per Patatina Chips con Rocco Siffredi nel 2007.
Lato creatività non potete non ricordarvi la pubblicità degli anni ‘70 per Perrier. In questo caso stiamo parlando di un good buzz con un bad effect, ho di un così detto brand hijack come nel caso Heineken (qui e qui)?
UPDATE: Il video in effetti sembra essere un fake prodotto da un agenzia, probablmente per generare rumore attorno a se, ecco qui le dichiarazioni:
My name is Max Isaacson, I directed and produced the fake Sprite ads that have been making the rounds over the past five days. There have been quite a lot of false statements made regarding these and I would like to make a few things very clear about these spots. First, there was no involvement from either The Coca-Cola Company or Greencard Pictures. Second, this was not supposed to be taken seriously by anybody. They were made completely on spec, which was clearly stated on the YouTube pages on which the ads were primarily seen. I paid for, produced and directed both spots independently. I am frankly quite surprised that spots of this nature were so quickly and easily believed to be legitimate. I hope that all parties involved will understand that this was a simple mistake that went much too far too fast, and that it is now made clear that these were not real commercials, nor were they ever produced with intention of being taken as such.
L’advertising e il social media marketing sempre di più hanno qualcosa in comune a mio parere, o almeno dovrebbero averlo. Se da un lato la pubblicità viene continuamente accusata di essere falsa e divulgare informazioni astratte, dall’altra viviamo un momento in cui i social media veicolano quantità enormi di informazioni, qualche volta difficili da seguire puntualmente.
Le aziende non si rivolgono solo ai consumatori, ma ad un gruppo variegato di attori, come ai suoi collaboratori, gli influenzatori d’opinione e ai media di settore. Diventa importante quindi saper gestire differenti modi di comunicazione, stimolando in qualche modo l’intelletto dei suoi spettatori.
Quale importaza ha lo storytelling oggi ? Informare non basta più, nemmeno nei social media dove gli utenti richiedono trasparenza da parte delle aziende, per fidelizzare bisogna sedurre.
Se alcune volte lo storytelling è insito nel prodotto, molto spesso stà alla creatività e all’arte di saper raccontare una storia attorno all’universo del brand, che determina le scelte del consumatore. Come nella vita di tutti i giorni quando raccontiamo un fatto, ci serviamo di aneddoti o similitudini che rendono i discorsi meno astratti.
Nel social media marketing, che sia fatto attraverso Facebook o twitter, attraverso blogger o community, l‘aspetto conversazionale non deve perdere di vista l’aspetto emozionale del brand. Se da una parte l’azienda ora può avere un volto, dall’altra parte deve emozionare. Per questo anche le campagne su Twitter dei grandi brand si spostano su due fronti: da una parte quello del CRM 2.0 e dall’altro quello emozionale attraverso i canali 2.0.
Uno dei motivi per cui sono le community di appassionati ad un prodotto che attivano per primi buzz e passaparola attorno ad una campagna, quelli che per primi percepiscono universo tangibile e lo status del prodotto. Come ad esempio Herley-Davidson (la ribellione e la libertà).
La storia deve avere come eroe colui al quale viene raccontata la storia
Debolezze dello storytelling:
L’arte di raccontare una storia non è da confondere con “raccontare delle storie”, con questo voglio dire che devono essere mantunete le promesse e devono essere reali. Il fine non giustifica i mezzi e l’onestà deve rimanre fondamentale nel momento in cui giochiamo con le emozioni del pubblico.
Mi viene in mente la nuova filosofia lanciata da Ogilvy per differenziarsi da altre agenzie. Offrire ai brand il concetto di “Big Ideal”, ovvero la possibilità per le marche di essere utili alla società nel campo in cui esse sono specializzate. Portare con se un ideale, da la possibilità di parlare di qualcosa che interessa molto di più una determina comunità.
Da qualche giorno su Facebook è possibile creare la propria URL personalizzata, modificando i caratteri con un estenzione del tipo nome-cognome ad esempio. Questo comporta non solo una più semplice ricerca dei contatti, ma anche una migliore indicizzazione su Google, qual’ora qualcuno ricercasse informazioni su di noi.
Volkswagen (VW) ha preso la palla al balso per dare un plus alla marketing strategy, integrando alla campagna TV il link alla fan page su Facebook facebook.com/vw e non al sito istituzionale.
Grazie a questa strategia il brand ha voluto valorizzare anche l’ottima applicazione in grado di analizzare il proprio profilo e indicarti quale macchina più si addice hai tuoi gusti.
Un ottimo modo di integrare online e offline, proprio come per il caso Pepsi Raw su twitter di cui vi avevo parlato. Molto spesso i consumatori possono essere anche utenti della rete, ma non sempre nella possibità di conoscere le attività che i brand attivano online, per questo l’integrazione nel media mix di campagne tra loro integrate potrebbe essere il futuro del social media marketing stesso.
T-Mobile continua a creare attorno al suo brand un vero posizionamento basato sull’entertainement. Le persone sono sempre di più al centro dei suoi spot, la creatività viene pensata in ottica multicanale tanto da diventare automaticamente dei film virali nel web.
T-Mobile nell’ultima serie di video si concentra sul brand e non sui servizi offerti, focalizzandosi sul carattere distintivo dell’operatore virtuale. In questo video riprende un po’ lo spirito della campagna flash mob a Londra, questa volta toccando un tema discusso come l’ambiente.
grazie a @candy per la segnalazione su friendfeed.
Wonderbra non è nuova alle azioni di marketing non convenzionale, ma qeuesta volta è particolarmente interessante come abbia giocato con i nuovi linguaggi del web. Grazie a Publicis Conseil – France, Wonderbra ha avuto la brillante idea di far forza sulla notorietà del brand e sulla sua più nota caratteristica (far aumentare le proporzioni).
Semplicemente il logo di Wonderbra poco visibile e il numero di amici nella fan page di Facebook. I più attenti noteranno la mole esagerata di amici (non se ne possono avere più di 5000 al momento), ma non è lo scopo di questo brand l’ “esagerazione”?. Il messaggio sembra chiaro: grazie a Wonderbra avrai molti più amici su facebook!
Per andare più lontano attualmente la marca di regiseni ha anche avviato una campagna nei social media per promuore un call-to-action verso il minigame sul sito http://www.wonderbrabutton.it/ per la promozione Wonderbra Button.
A tal proposito è stato creata una fan page su Facebook di campagna, dove poter uploadare le profie immagini fatte con il gioco presente nel mini-site. Come teaser oltra alle card promozionali, è stato creato un viral video che ricorda la storica scena con Eva Herzigova <<guardami negli occhi…negli occhi ho detto!>>.
Attirato dalla campagna fotografica di Dior con protagonista Marion Cotillard (chi è ? La protagonista del film “La Mome”, il film sulla storica cantante francese Edith Piaf), ho voluto saperne un po’ di più sulla campagna di Peter Lindbergh svolta per la nuova linea Dior .
Con grande sorpresa ho trovato alcune delle attività svolte piuttosto interessanti. Sono affascinato dalla personalità di questa attrice e trovo una buona scelta la sua immagine come nuova icona del brand francese.
La campagna mira a stimolare i sensi dei consumatori verso un brand storico, utilizzando diversi strumenti di comunicazione, senza però andare contro il posizionamento della marca di lusso. Il connubbio Dior e cinema non è cosa nuova, visto che lo stilista ha debuttato negli anni ‘50 proprio per aver creato i costumi di Marlène Dietrich nel film Le Grand Alibi di Alfred Hitchcock ed è stato più volte creatore di bellissimi costumi per il teatro e balletto. Oltre all’utilizzo di un’ icona del cinema francese, la strategia marketing è riuscita a creare diversi teaser attraverso altrettanti media.
Tutto inizia dalla foto sopra, dove la Cotillard sembra nascondere qualcosa nella sua borsa, con uno sguardo altrettanto misterioso (dove guarda?). Un widget è stato creato a tal proposito dove verranno dati degli indizi tramite brevi video.
Ma lo storytelling continua su twitter facendo prova di una buona idea nel web 2.0 per un brand di lusso.
Per il momento la campagna non sembra fare molto rumore, visto i pochi follower e i pochi post che parlano della strategia adottata da Dior…vedremo nelle prossime settimane se evolverà in positivo.