Probabilmente avrete sentito parlare di questa applicazione iPhone Pepsi “Amp Up Before You Score”, creata per il lancio della nuova bibita energizzante AMP Energy. Ma che bisogno abbiamo di un nuovo energy drink, quando esistono e son ben impiantati nel mercato  RedBull, Dark Dog, Burn ecc.?

pepsi fail

Per aggirare questo genere di domande, che un consumatore potrebbe porsi, Pepsi ha pensato di posizionare la bibita  differentemente da i suoi diretti concorrenti, più concentrati sugli sport estremi. La marca si pone invece energizzante della mente (almeno dal primo spot TV), in grado di assicurare i giusti tempi di reazione in qualsiasi situazione. La campagna non ha generato estremo rumore sul nuovo prodotto a quasi due anni dalla sua commercializzazione, ma la svolta è arrivate nel bene o nel male, grazie all’ applicazione iPhone disponibile nell’ Apple Store.

Pepsi ha cercato di giocare sullo humour verso i giovani 16-20 anni, restando comunque agganciato al posizionamento: l’app infatti ci suggerisce tantissimi modi diversi di abbordare una ragazza con le parole giuste al moneto giusto,  a seconda che si tratti di una punk rock girl, un’artista, attrice ecc.

Ma la funzione che più di tutti ha scatenato il bad buzz è stata la « Keep a List », dove possiamo tenere nota di tutte le conquiste in una specie di libro nero 2.0! Come potete immaginare questo ha scatenato l’ira di alcune associazioni femministe e dei blogger, che hanno reputato l’applicazione degradante dell’immagine della donna…e già perchè la cosa in più non è stata creata anche in versione femminile (forze perchè noi maschietti siamo molto più prevedibili?). il bad buzz si è generato in pochissimo tempo!

Insomma questa bibita tutta “reattività mentale”, sesso e testosteroni è riuscita a creare una notorietà sopra delle aspettative con oltre 200.000 views del video, ma a che prezzo?


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A differenza ad esempio di un profumo come Axe, i richiami sessuali mi sembrano totalmente banali nel caso della campagna Pepsi, visto che nessuno compra un deodorante perchè crede di veder cadere ai suoi piedi cento ragazze, ma per dei richiami immateriali ad un identificazione. In questo caso l’applicazione pur essendo ironica, ha delle funzioni inutili e stereotipate, che “promettono” un reale utilizzo dei suggerimenti.

La svolta di Pepsi:

Le accuse sono arrivate non da esperti del settore, ma da consumatori e il brand ha reagito alle accuse ricevute su blog e social network, chiedendo scusa pubblicamente. Non ha organizzato una conferenza, ma ha utilizzato la massima trasparenza nei social media utilizzando l’ #hashtag #pepsifail cercando di spiegare anche il motivo della creatività per questa campagna:

“Our app tried 2 show the humorous lengths guys go 2 pick up women. We apologize if it’s in bad taste & appreciate your feedback.”

Per non associare la disputa agli altri brand, le scuse sono state fatte dal conto su Twitter AMP e re-twittate dagli altri user Pepsi.

Quale lezione possiamo avere?

E’ solo grazie ad una presenza forte preesistente  del brand nei social media, che Pepsi ha potuto reagire. Utilizzando un mea culpa grazie all’ #pepsifail ha saputo dimostrare di far parte delle conversazioni e di essere vicino al punto di vista del consumatore.

Date uno sguardo sommario al bad buzz generato:

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Come possiamo parlare di marketing 2.0 se continuiamo ad utilizzare i vecchi approcci con i consumatori(non amo questa parola, ma ci siamo capiti) ? Se i social media sono diventati un luogo di conversazione molto importante da considerare per le aziende, questo non significa che possiamo utilizzare i vecchi approcci di interruption marketing e considerare questi luoghi di scambio di opinioni come un immenso supermercato.

Il marketing conversazionale non è una questione di tecnologia, ma di approccio e di comportamento (behavior) delle marche nei confronti delle persone, nell’obbiettivo di apportare un valore aggiunto a diversi livelli: facilitare la vita, entertainement experience, facilitare la scelta negli acquisti. Non basta certo una pagina su facebook per creare un empatia con gli utenti: non diventiamo certo amici di un prodotto, ma  di tutto quello che un prodotto ci racconta grazie al suo universo (story telling).

“The future of marketing is about doing things with and for people” : un social media strategist, o un community manager, dovrebbero essere in prima linea per comprendere i comportamenti della community con l’obbiettivo di connettere marche e consumatori.

Un azienda ha la possibilità di mostrare la propria personalità, solo se è in grado di utilizzare i codici d’interazione del web. Tanto più che ormai se l’esperienze sono vissute online o offline, doesn’t metter!

  • Connecting
  • Collaborating
  • Consuming
  • Sharing
  • Creating

Ascoltate per prima cosa (monitorare i comportamenti e le conversazioni sul vostro brand)! Se volete veramente far parlare  del vostro prodotto, date qualcosa d’interessante di cui parlare e discutere.

Questa presentazione di Paul Isakson riassume e aggiunge qualche utile considerazione, vi invito anche a dare un occhiata ad una mia presentazione che avevo preparato quasi un anno fa.

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In Uk la compagnia telefonica TalkTalk ha provato a far conoscere i suoi servizi grazie ad una campagna che hanno chiamato Put-pocketing. Invece di sfruttare i meccanismi di una classica campagna di passaparola offline, dove i prodotti vengono inviati a casa in ottica opt-in, in questo caso invece le persone ignare di tutto si ritrovano dei veri e propri gadget da testare (in questo caso credo proprio una SIM TalkTalk).

Per attuare questa campagna sono stati ingaggiati dei veri ex-borseggiatori, che spero non abbiano unito l’utile al dilettevole., grazie ad un sorta di reverce criminality. Secondo ConversationAgent lo scopo di questa campagna è proprio dare un valore aggiunto al servizio, posizionandosi come un prodotto che definirei “an add-value-brand“. Questo fa si che possiamo vedere la campagna anche sotto un punto di vista di branding, non solo di try-advertising per aumentare l’awareness del prodotto.


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Ad agosto molti di noi si sono goduti il sole e il mare, anche io sono andato in vacanza, ma il blog ha continuato a lavorare :-) . Ora che avete ripreso a pieno regime i mille impegni lavorativi, ecco qui la lista dei post che vi siete probabilmente persi questa estate:

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Nel settore automotive si sa, esistono i fan (che non comprerebbero altra auto infuori del brand che adorano), quelli che scelgono la qualità prezzo, quelli che si fanno convincere che è l’auto per loro. Scherzi a parte, girando nelle community online, possiamo notare come siano una fonte inesauribile di consigli, critiche e opinioni, dato che stiamo parlando di un oggetto pratico e allo stesso tempo tcnologico, dove il design è soggettivo e basta poco per fare di essa il brutto e il cattivo tempo a seconda di chi la guarda.

Immagine 32

Audi ha pensato bene di utilizzare i propri evangelisti sulla fan page di Facebook (circa 300,000) chiedendo loro di partecipare alla concezione dell’evoluzione delle auto Audi del 2030 nella competizione del Los Angeles Motor Show.

‘How will your car play a role in keeping you connected to your digital world in the future?’

Questa è una delle domande che viene posta ai fan, oltre che la condivisione delle anteprime del concept creato dal team di designers.

L’iniziativa è ovviamente stata creata con obbiettivo di aumentare l’engagement partecipativo dei consumatori, anche se stiamo parlando di un progetto che avrà termine nel 2030. Questo nella realtà dei fatti assicura alla casa automobilistica una retroattività che avra scarzo impatto negativo in futuro, se le richieste fatte non verranno esaudite (quanti di voi si ricorderanno cosa avevate chiesto 20 anni prima in una fan page di facebook?), ma un buon impatto nell’immediato.

Ma se non vogliamo essere scettici, è un modo per creare interesse e conversazioni sul brand Audi, soprattutto se queste vengono orientati verso una visione Car as a Lifestyle object (fatemi passare questa frase). Spero tuttavia che l’iniziativa interessi tutti gli appassionati presenti nei vari social media, come twitter o forum community.

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Una campagna localizzata in Francia che non conoscevo nella sua integralità, è stata lanciata per un operazione di branding per McDonald’s un anno fa e che oggi continua con altrettante operazioni advertising.

La campagna a 360° “Venez comme vous etes!” (Come as you are), è stata veicolata sia attraverso dei dispositivi online che offline (video teaser, print, affissioni, video trailer).

La parte più interessante, curata dall’agenzia Duke, è stata quella dedicata al web con dei video che riprendono la stessa campagna in un azione di proximty marketing.  Alcune persone, clienti del fast food vengono bloccati all’entrata o cacciati perchè non correttamente vestiti o fisicamente accettabili per questogenere di ristorante. Questo lascia basite le persone coinvolte, proprio perchè McDonald’s è famoso per essere un luogo dove troviamo tutti i generi e culture di persone.


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Peccato che forse per la frammentazione , i video creati per la campagna, non hanno avuto un successo virale evidente. Daltra parte l’esperimento ha dato modo di vedere come le persone percepiscono il marcho McDonald’s,  è lo stesso ragazzo nel video a far notare quello che la campagna vuole trasmettere: non ho mai visto nulla del genere, in un McDonald’s tu puoi entrare come vuoi normalmente!

La campagna TV:


Mi domando cos’è quel logo con lo sfondo verde, inece che il solito giallo e rosso tipico della marca ? Un po’ di green marketing qua e la non credo basti per questo.

Ecco la nuova campagna adv affissioni:

vador

Di tutte è quella che più credo abbia colto nel segno lo spirito della campagna.

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Su Twitter qualche giorno fa ho notato questo video grazie a fightforblogiz, ma dopo un attimo di confusione riguardo alla provenienza del video, ho iniziato una vera e propria attività di inchiesta nel web. Ricercando alcune parole chiavi su twitter sono risalito ai blogger che hanno parlato dell’operazione e ho trovato diverse informazioni al riguardo.

Ovviamente non si tratta di un video User Generated, ma di un operazione di buzz per un brand che fino a due giorni fa non capivo quale fosse. Intanto guardate il video.


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Andando sul blog del progetto MegaWoosh, possiamo vedere come l’ideatore porti avanti la sua sfida dando tutte le informazioni sui risultati e sulla gestione dell’avanzamento del progetto stesso. Unico indizio che inizialmente faceva pensare ad un fake per un brand, era il logo in basso a sinistra di Arena. Considerando che qui a Roma siamo in periodo di mondiali di nuoto, ho pensato ad una campagna  per le nuove tute Tech Arena, tanto discusse sia per la battaglia marketing costante nei confronti dei concorrenti, sia per le performance che gli atleti riescono ad avere grazie a questo tipo di costume.

Ecco qui un immagine:

fake-arena-logo

immagine via

Il video è perfettamente in linea con la mia ipotesi, tuttavia fino a questa mattina ero solo all’inizio della sorpresa, visto che non mi sarei mai aspettato un co-branding con Arena per nascondere il vero autore di questa operazione.

Il blog infatti, come dicevo, è basato sui dati rilasciati dall’autore dell’impresa Bruno Kammerl: come potete vedere si trattano di veri e propri schemi di project management.

megawoosh_screenshot_projektstrukturplan

Ma è oggi che ho scoperto il finale dello storytelling creato in questa operazione. Si tratta proprio di Microsoft e del suo programma di Progect Management, Office Project 2007. Il teaser è stato finalmente scoperto sul blog inerente alla campagna:

Immagine 31

Alcune considerazioni:

Se prendiamo in considerazione che il video è stato visto da oltre 300.000 views e circa 110 post, il rumore genrato dalla creatività stessa del video ha fatto parte del lavoro in questa campagna. L’effetto che può avere un “pazzo” che tenta un salto del genere ha giocato a favore della viralità del video.

Lo storytelling è quello che più mi ha colpito, uscendo in tal modo dallo schema classico di un operazione di marketing virale. E’ forse quello che ha dato più importanza al prodotto stesso, mentr il video si è preoccupato di aumentare l’interesse dei early adopters. Tutti quelli che da ora in poi visiteranno il blog avranno ben chiaro di cosa si tratta, probabilmente grazie proprio al traffico generato dal video.

Peccato che probabilmente non avevano strutturato la campagna a livello internazionale, non pensando al successo che il video avrebbe generato soprattuto verso coloro che sono anche interessati ad un prodotto come quello delle Microsoft (blogger marketing, adv e non solo).

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Molti di voi avranno visto uno dei video più di successo degli ultimi mesi su YouTube, con protagonisti Jill e Kevin nel giorno del loro matrimonio.  La formale cerimonia è stata trasformata in una simpatica danza in stile musicall, degna di una commedia americana.

Inizialmente mi sono chiesto se fosse stato orchestrato per il lancio di un nuovo film per l’appunto, ma mi hanno subito smentito in quanto si è trattato di un vero e proprio video UGC (User Generated Content). Fopo aver raggiunto un incredibile viralità con oltre 20.000.000 di views, il video ha raggiunto anche i media tradizionali come fa notare Markettara.

La canzone utilizzata  “Forever” di Chris Brown, in quanto protetta da diritto di autore e utilizzata per il video senza il suo permesso, sarebbe stata tolta da YouTube a breve. Tuttavia gl autori del video hanno accettato di inserire un link buy-now su iTunes.

Sfruttando l’effetto virale del video il single Forever, ad un anno dalla sua uscita, è nuovamente montato ai vertici delle classifiche degli mp3 più venduti di iTunes #4 e di Amazon #3.

chris-brown-psfk

Come spiega YouTube nel suo blog, che ha fatto di questo una case study per il suo business model, il tasso di CTR nel video JK Wedding è 2x superiore al Click-to-Buy nel sito. Inoltre il video del matrimonio sembra aver influenzato lo stesso CTR del video ufficiale del cantante, aumentando di circa 2,5x nell’ultima settimana.


YouTube Direkt

J&K (sembra qasi una marca di alcolici) hanno anche creato un sito dove raccontano brevemente la loro storia, con la possibilità di fare delle donazioni per un istituto contro le violenze domestiche.

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Vecchio almeno quanto il Web 2.0 è la possibilità di votare o commentare un albergo, più creativo e partecipativo è invece coinvolgere gli utenti nella co-creazione di contenuti per il corporate blog.

Si tratta di HotelbyCity, un classico  sito aggregatore di offerte vacanze,  che ha fatto del suo blog un vero media partecipativo. Gli utenti possono inviare le proprie foto prese nell’albergo dove hanno soggiornato, suddivise per tematiche vengono pubblicate nel blog.

Quello più divertente è Bedjump, dove le persone sono chiamate a inviare delle proprie foto o video ,mentre saltano sul leto della loro camera d’albergo. I post vengono accompagnati da mini-storie degli utenti in grado almeno di generare conversazioni nella loro cerchia di amici.

bedjump

A differenza dei commenti, dare visibilità ai propri utenti, rendendoli partecipi privileggiati grazie alla produzione di diversi media content, è fondamentale è fondamentale per sfruttare le potenzialità dei social media. Ancora meglio se si stimola la loro creatività aumentando così l’empatia verso il brand, molto spesso visto come un semplice mezzo per assolvere ai propri bisogni.

Questo vale ancora di più se stiamo parlando di un bene facilmente sostituibile, come nel caso di un motore di ricerca per alberghi come questo.

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Avrei voluto scrivere le “Regole d’oro” del Personal Branding su twitter, ma la verità è che come in tutte le cose non esiste una realtà univoca, ma solo  dei punti di vista che consentono di fare delle considerazioni.

Se Twitter si sta espandendo in termini di nuovi utenti che n fanno uso, questo non significa che tutti lo utilizzeranno a scopi lavorativi o per crearsi un identità di marca, ma in ogni caso sarebbe sempre meglio non dimenticarsi che stiamo parlando di uno strumento di comunicazione visibile a tutti (o quasi).

Nel caso di una strategia sui social media del tipo conversazionale, la decisione da prendere è quella di farla gestire direttamente dal top management, oppure delegarla ad un dipartimento specifico, in questo caso siamo noi il top manager di noi stessi.

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Ho affrontato altre volte qui l’importanza del Personal Branding ereputazione (anche qui e qui )nel web sia per quanto riguarda le sue potenzialità, che per quanto riguarda i rischi di omologazione per mancata presa di posizione.

Fermo restando che dietro una strategia di Personal Branding deve esserci un backgroung reale e non interamente incentrato sui social media, vediamo alcune considerazioni applicabbili nello specifico a Twitter:

- Essere unici: è importante differenziarsi dagli altri, questo significa specializzarsi sulla condivisione di informazioni o opinioni su argomento in cui siamo preparati e far risaltare cosa ci differenzia dagli altri, mettendo la nostra capacità di relazionarci e il nostro modo di essere.

- Avere una linea di posizionamento personale: soprattutto se utiliziamo twitter in concomitanza di un blog di settore, è importante avere una linea di conersazionale che sia coerente con dei contenuti utili alla nostra community di follower.

- Attenzione a non essere egocentrici: non deve diventare un servizio di spam dei propri contenuti o della di autoreferenzialismo, piuttosto è importante dosare la condivisione di link personali, contenuti di terzi e proprie considerazioni. In quanto persone possiamo/dobbiamo condividere anche pregi e difetti della nostra personalità e delle nostre passioni o esperienze. Questo articolo di e-Marketer pone proprio questa domanda: update status = self promotion ?

Un comportamente completamente mainstream uccide la stessa natura del networking, perciò create un rapporo di fiducia con la vostra community e apprendete da loro, rispondete.

- Conversation e non spettegolare: Twitter si presta bene per dare inpulso alle conversazioni restando chiari sulle proprie prese di posizione.  Esprimere un opinione è ben diverso di affermare qualcosa, soprattutto se stiamo diffamendo qualcuno o ancora peggio se inerente al nostro attuale lavoro. Un esempio qui. Tanto più che nelle conversazioni mediate, si è soggetti a malintesi.

- Twitter come work search: intendo non tanto la ricerca di lavoro quanto un mezzo di social search in grado di tenerci aggiornati sull’universo legato al nostro lavoro, in grado di renderci proattivi e stimolati nel condividere il nostro punto di vista. Dalla parte di un possibile datore di lavoro Twitter diventa un vero e proprio motore di ricerca su di Noi.

- Avere uno stile: nessuna marca di lusso si assomiglia, per questo bisognerebbe avere uno stile che appassioni e che sia indentificabile con il vostro personal branding. Curate anche lo stile della vostra homepage dando un tocco personale.

Per concludere curare il proprio branding non significa avere più contatti possibili o una sorta di di social media star, ma creare un prolungamento delle competenze sui social media in grado di interessare utenti di qualità, interessati ad esempio alle vostre stesse tematiche.

Altri post sul personal branding.

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